Il bene famiglia e le sue funzioni sociali

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Sergio Belardinelli
Ordinario di Sociologia dei processi culturali
Università di Bologna (Forlì)
sebelar@tin.it

Riassunto

In una società dove, da più parti, la famiglia è sotto attacco, occorre creare una cultura della famiglia che sia anche per la famiglia. La tendenza a identificare con la famiglia qualsiasi aggregazione di individui, a prescindere dal sesso o dal vincolo che li tiene uniti, produce uno scossone semantico destinato a danneggiare non soltanto la famiglia ma l’intera società. Nonostante i cambiamenti che abbiamo registrato in questi ultimi anni, la famiglia tradizionale continua a essere l’istituzione sociale che più di altre incide sulla formazione delle persone e che più di altre è capace di generare quei capitali individuali e sociali —la fiducia reciproca, il senso del bene comune, la speranza nel futuro, il senso di appartenenza a una catena generazionale, quindi a una tradizione, lo sviluppo di una vera democrazia—, senza i quali è assai difficile immaginare una società degna del nome.

Parole chiave: Famiglia, Bene comune, Società, Individualismo.

The Good-Family and its social Functions

Abstract

In a society where the family suffers attacks from many different sides, a culture of the family is needed that will be also for the family. The tendency of identifying as a family any aggregate of individuals regardless of their sex or of the link that joins them, gives rise to a semantic chaos, which not only hurts the family but society also. In spite of the changes of the last few years, traditional family is still the social institution with more influence on the formation of persons, and the most able to generate individual and social capitals –mutual trust, a shared understanding of common good, hope for the future, the sense of belonging to a generational line or tradition, the development of a true democracy– the lack of which makes it very hard to conceive (the idea of) a society worthy of that name.

Keywords:Family, Common Good, Society, Individualism.

Recepción del original: 01/04/11
Aceptación definitiva: 12/05/11


1. Famiglia o famiglie?

In Occidente in generale e in Europa in particolare, dobbiamo tutti ritrovare una cultura della famiglia che sia anche per la famiglia. Le grandi sfide che abbiamo di fronte —dalla bioetica alla biopolitica, dal problema demografico a quello dell’immigrazione, dalla crisi delle tradizionali istituzioni educative al disagio delle giovani generazioni e alla riforma dei nostri sistemi di welfare— tutto sembra convergere verso la famiglia. Qualsiasi tema che abbia rilevanza antropologica, sociale, politica, etica o teologica costringe insomma a fare i conti con l’istituzione familiare, mostrandone in modo inequivocabile la centralità sia per la vita individuale che per quella sociale. Ciononostante una certa cultura oggi dominante fatica non poco a riconoscere questa centralità, sembra addirittura volerla rimuovere, riducendo la famiglia a un fatto eminentemente “privato” e sottoponendola a una serie di attacchi che destano non poche preoccupazioni.

Da cellula primaria della vita sociale, la famiglia sembra essere diventata in effetti una semplice cellula, nemmeno tanto importante, della vita individuale. Aumento del numero dei divorzi, diminuzione dei matrimoni, aumento del numero di persone single e delle cosiddette “coppie di fatto”, diminuzione del numero dei figli, procreazione medicalmente assistita, rivendicazione del diritto a contrarre matrimonio e a mettere su famiglia anche da parte delle coppie omosessuali sono tanti segni di un mutamento socio-culturale profondo, il quale ha proprio nel “movimento verso l’individualità”, come lo chiamava Simmel, innescato dalla cultura moderna, una delle sue principali condizioni di possibilità. Come per la maggior parte dei mutamenti storici, anche in questo caso si tratta ovviamente di un processo ambivalente, contrassegnato da luci e ombre. Ciò che tuttavia colpisce è la disinvoltura con la quale tale processo viene interpretato ideologicamente, quasi che, per fare un esempio, la fine della sudditanza della donna nei riguardi dell’uomo o lo sviluppo di relazioni familiari sempre più improntate alla reciproca responsabilità e al reciproco rispetto — fe­no­meni che hanno senz’altro un significato positivo — siano da mettere sullo stesso piano dei fenomeni di privatizzazione e di crisi della famiglia, di cui si diceva sopra, la cui positività è invece tutta da dimostrare.

A pensarci bene, ne va del senso stesso della cosiddetta modernità. Si tratta in ultimo di decidere se siamo di fronte a un processo dove la ragione e la libertà dell’uomo debbono essere declinate in senso individualistico e relativistico, rischiando così di ritorcersi contro l’uomo stesso, oppure in un senso che, riconoscendo la realtà come loro misura e limite, le ponga al riparo da pericolose derive disumane. E proprio a questo livello, per i motivi che dirò, emerge la grande rilevanza socio-culturale della famiglia quale cellula primaria della vita sociale, diciamo pure la sua imprescindibilità in ordine alla salvaguardia delle molte luci che hanno accompagnato lo sviluppo della coscienza moderna circa l’autonomia, la libertà e la dignità della persona umana.

Ma, si dirà, di quale famiglia stiamo parlando? Non è forse vero che ormai esistono molti tipi di famiglia, riconosciuti e promossi peraltro dai documenti ufficiali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, dalla Comunità Europea e dagli ordinamenti giuridici di molti Paesi? In effetti, è così. Se però guardiamo alla concreta realtà, ci accorgiamo che, specialmente oggi, essa non si lascia ricondurre in toto alle categorie culturali che ha ispirato i suddetti documenti. Non solo, infatti, accanto alla crescente pluralizzazione delle forme familiari, si riscontra anche l’innegabile persistenza di una forma familiare di tipo, diciamo così, “tradizionale”; ma, più importante ancora, alcune funzioni sociali svolte dalla “famiglia tradizionale” sembrano rivelarsi ormai del tutto prive di equivalenti funzionali e sempre più decisive per lo sviluppo di una società civile degna del nome.

A questo proposito, occorre in effetti riconoscere come la locuzione “famiglia tradizionale” abbia in sé una sostanziale ambiguità, dovuta al fatto che l’ag­gettivo “tradizionale” rinvia al passato, alla famiglia di ieri, a un tipo di famiglia che per molti versi non esiste più: la cosiddetta famiglia “estesa” con molti figli, i nonni che vivono sotto lo stesso tetto, una rigida ripartizione dei ruoli, una più o meno marcata subordinazione della donna, relazioni intergenerazionali abbastanza lineari e funzioni sociali pressoché scontate, svolte secondo una sorta di automatismo. Se però è vero quanto è stato sottolineato da Levi Strauss e cioè che “l’unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli, è un fenomeno universale, presente in ogni e qualunque tipo di società”,1 allora l’aggettivo “tradizionale” potrebbe rinviare anche a ciò che della famiglia costituisce una sorta di elemento costitutivo, una permanenza sottratta all’usura del tempo e indispensabile per poter continuare a parlare di famiglia; qualcosa cioè che, pur dipendendo dalla scelta degli individui, è tale per natura.

Al di là delle molte trasformazioni che, specialmente in questi ultimi anni, si sono registrate sulla famiglia sia in termini di struttura che in termini di funzioni, al di là della tanto conclamata pluralizzazione delle forme familiari come tratto caratteristico e liberatorio della società odierna, credo insomma che sia ancora possibile, anzi, addirittura necessario, stabilire un criterio capace di distinguere la famiglia, diciamo pure la “famiglia tradizionale”, purché il termine non venga frainteso, da altre forme di aggregazione sociale. Tale criterio, in modo molto generale, potrebbe essere formulato così: c’è veramente una famiglia soltanto laddove esiste almeno una coppia eterosessuale, la cui convivenza sia sancita da un patto pubblico di tipo religioso o civile, oppure una relazione genitori-figli.

2. La dimensione antropologica della famiglia e le sue funzioni sociali

In ciò che segue cercherò di mostrare come sia proprio questa famiglia a rappresentare oggi un bene pubblico, un bene sociale e individuale di inestimabile valore.

Contrariamente a quanto sostiene il variegato individualismo contemporaneo, “nessun uomo è un’isola”. La natura dell’uomo è relazionale, diciamo pure “familiare”. E’ la famiglia a schiudere il significato antropologico della persona umana. Non considerare questa “relazionalità” o “familiarità” significa avere a che fare con un individuo astratto, ipotetico, de-naturalizzato; un individuo che nella realtà non esiste. Occorre pertanto rivitalizzare la cultura e le istituzioni liberali alla luce di questa “familiarità”, mostrando che la famiglia rappresenta davvero, come afferma Giovanni Paolo II, “il fondamento della giustizia”. Del resto una società pluralista e liberale non può vivere di rapporti esclusivamente contrattuali. I contratti sono certo il segno di una conquistata autonomia e libertà; lo stesso si può dire delle leggi, la legittimità delle quali non scaturisce più dall’alto, come avveniva nel passato, bensì dalla libera discussione e dall’ac­cordo degli interessati. Tuttavia, non si può dimenticare che, affinché la discussione e gli accordi contrattuali possano aver luogo, c’è bisogno che la società sia pervasa da uno spirito particolare —fatto di fiducia, senso del bene comune, tolleranza, responsabilità, reciprocità— che non può essere prodotto per via contrattuale, ma soltanto attraverso quel lento processo di socializzazione che inizia proprio nella famiglia e continua poi nella scuola e in tutte le altre istituzioni e relazioni sociali. In questo senso, nonostante le difficoltà che l’assillano, la famiglia rappresenta sicuramente una palestra importante, dove si può imparare fin da piccoli a fare i conti con gli altri, ad affrontare i conflitti, la pluralità degli interessi e dei punti di vista, con uno spirito che, fin da principio, mette nel conto che bisogna essere tolleranti, che bisogna trovare un accordo, perché in fondo ci si sente uniti e amati, si sente di vivere in un mondo che, pur con tutti i problemi, appare come la nostra casa, la casa di tutti. E’ in famiglia che emerge insomma la natura relazionale dell’uomo, il fatto cioè che gli altri costituiscono una dimensione ineludibile e fondamentale del nostro essere persone e della nostra libertà. Nessun uomo è un’isola, appunto.

Tra i motivi per cui la famiglia va considerata un bene pubblico importante annovererei dunque la capacità di produrre fiducia, fiducia nel mondo e nella vita.

In una pagina memorabile del suo libro The human condition, tradotto in italiano col titolo Vita activa, Hannah Arendt scrive:

Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane, dalla sua normale, ‘naturale’ rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. E’ in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena consapevolezza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’antichità greca ignorò completamente. E’ questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la ‘lieta novella’ dell’Avvento: ‘Un bambino è nato per noi’.2

Ogni bambino che nasce è un segno di speranza, di fiducia nei riguardi del mondo e della vita; è il segno che, nonostante la decrepitezza che inevitabilmente pervade la nostra realtà individuale e sociale, la “novità” è sempre possibile e, con essa, la libertà, la possibilità di incominciare qualcosa che altrimenti non incomincerebbe mai. Ma se questo è vero, allora bisogna riconoscere che il cosiddetto ”inverno demografico” è molto di più di un problema sociale; è piuttosto una vera e propria tragedia simbolica destinata a riflettersi negativamente negli ambiti più disparati della società. Intendo dire che i nostri tassi di natalità vicini allo zero, il ribaltamento della cosiddetta piramide demografica (molti nonni e pochi nipoti, anziché molti nipoti e pochi nonni) hanno e avranno sicuramente anche pericolosi effetti sociali (mi ci soffermerò più avanti), ma il loro significato più profondo è un altro: essi attestano soprattutto il pericoloso torpore che si è impadronito poco a poco del nostro cuore, la diffusa indifferenza per la novità e per la libertà e, in ultimo, la nostra malcelata, inquietante complicità con la morte.

Se è vero che oggi viviamo in una società complessa, in una società dove sono andati in frantumi pressoché tutti gli automatismi del passato, incluso quello di sposarsi e mettere al mondo i figli, il guadagno in termini di libertà e di capacità di scegliersi percorsi di vita sempre più personalizzati non deve essere pagato in termini di chiusura alla vita, poiché questo intorpidisce paradossalmente proprio la nostra libertà; ci rende sempre più individualisti, sempre più soli e quindi sempre più esposti al pericolo di essere strumentalizzati. Se ieri la nostra libertà soffriva per eccesso di legami sociali, oggi soffre per l’eccessivo difetto degli stessi e gli uomini faticano sempre di più a costruire relazioni soddisfacenti con se stessi e con gli altri.

Qui emerge, ancora una volta, quella che sicuramente è una delle funzioni sociali più importanti della famiglia con figli: la capacità di promuovere nella società il senso del legame con gli altri e, conseguentemente, il senso del bene comune.

Oggi, è noto, si sente parlare spesso di una società che sta progressivamente perdendo sia il senso della propria tradizione, sia la fiducia nel futuro. Specialmente le giovani generazioni sembra che fatichino molto a sentirsi “generate” e capaci a loro volta di “generare”. Ebbene quali che siano i motivi di questa incapacità, certamente riconducibili all’individualismo, al narcisismo, alla frammentazione che pervadono la nostra società, una cosa sembra abbastanza certa: la famiglia può rappresentare un luogo privilegiato per la salvaguardia del senso della catena generazionale. Molto banalmente si potrebbe dire che è difficile sentirsi inseriti in una storia comune, se si vive in solitudine. L’abitudine a vivere con gli altri, a condividere casa, cose e affetti rafforza sia il legame con la piccola comunità di appartenenza, sia la capacità di emanciparsi come soggetto autonomo. L’autonoma identità di ogni persona dipende infatti dalla capacità che ognuno ha di raccontarsi, di raccontare la propria storia come una storia facente parte di altre storie. Con le parole molto belle e profonde di Alasdair MacIntyre, si potrebbe anche dire che “la narrazione della vita di chiunque fa parte di un insieme di narrazioni interconnesse”,3 senza il quale avremmo storie autistiche, non-storie, quindi identità labili, sconnesse, indifferenti. La nostra epoca individualistica sembra averne dimenticato il senso, ma le interminabili genealogie di alcune pagine bibliche stavano precisamente ad indicare la catena generazionale in cui sono radicate le nostre identità. Dimenticare tale catena non rende più autonomi, né più liberi; e questo lo sentono benissimo i nostri giovani, cresciuti spesso in un contesto storicamente (quindi anche eticamente) neutro, il più delle volte senza fratelli o sorelle, con genitori a loro volta spaesati e, come i figli, alla ricerca spesso disperata di radici. Credo che sia anche per questo che oggi ricominciamo a sentire un po’ ovunque un grande bisogno di famiglia; e la famiglia con figli, addirittura con tanti figli, da segno di arretratezza culturale, sta diventando nell’immaginario collettivo una sorta di status symbol. Quando si dice ambivalenza di un processo!

Nel momento in cui la famiglia rafforza il legame tra le generazioni, essa svolge un’ulteriore, importantissima funzione sociale: salvaguardare la tradizione di una comunità. Dopo un lungo periodo di diffidenza e di ostilità, il concetto di tradizione sta giustamente riguadagnando un certo prestigio all’interno della cultura occidentale. Ci stiamo rendendo conto che esso ha poco o nulla a che vedere con il cosiddetto “tradizionalismo” e molto invece con la memoria, l’identità e la speranza nel futuro di una comunità. In una pagina molto bella, che risale agli anni Trenta del secolo scorso, lo scrittore portoghese Ferdinando Pessoa notava di appartenere “ad una generazione che ha perduto tutto il rispetto per il passato ed ogni credenza o speranza nel futuro” e di vivere perciò “il presente con la fame e l’ansietà di chi non ha altra casa”.4 Bisogna riconoscere tuttavia che, col crescere di questa “ansietà”, è cresciuta anche una consapevolezza nuova; una consapevolezza, grazie alla quale sentiamo il bisogno di ricollegare la nostra casa con la casa dei nostri genitori e con quella dei nostri figli e dei nostri nipoti. In questo modo, insieme all’importanza della “catena generazionale”, riguadagniamo anche un nuovo senso della nostra realtà individuale. Il legame familiare ci richiama sia la memoria (i nonni), sia il futuro (i nipoti). Ed è in questo che consiste il vero senso della tradizione. Come ha scritto Marcello Veneziani,

Il senso della tradizione è propriamente il senso di chi non esaurisce il proprio orizzonte nella propria vita e nel proprio io; chi è convinto che la storia non nasca né finisca con il proprio sé, ma ci preceda e sopravviva. Siamo postazioni dell’essere e non mondi a sé stanti. La visione tradizionale è sempre una visione olistica, comunitaria, l’incarna­zione incessante di un noi. Il suo contrario è il solipsismo o la sua compiaciuta rappresentazione esteriore, il narcisismo.5

Se quanto detto sopra ha una qualche plausibilità, non è affatto paradossale che una società sempre più invecchiata, quale è la nostra, fatichi a salvaguardare il senso della tradizione. Quest’ultimo infatti è sì legame con il passato, ma non in senso “tradizionalistico”, bensì vitale, di una vitalità che è soprattutto proiezione verso il futuro. Sono insomma le società giovani che riescono a giovarsi veramente delle proprie tradizioni; le vecchie le usurano e, alla fine, le fanno morire.

Prendiamo come esempio le nostre tradizioni democratiche. Nessuno fino a oggi si sarebbe mai sognato di vedere un nesso tra democrazia e demografia; invece proprio i bassissimi tassi di natalità stanno rivelando un’altra importante e forse inattesa funzione sociale della famiglia numerosa: il sostegno che quest’ultima offre al dispiegamento di una normale dialettica democratica. La Chiesa va dicendo invero da molto tempo che dietro il problema dei tassi di natalità troppo bassi in Occidente (e troppo alti nei Paesi poveri del mondo) sta una catastrofe culturale di proporzioni immense, ma almeno finora, non si può certo dire che su questo punto l’opinione pubblica mondiale le abbia dato credito. Semmai è successo il contrario: si è cercato e si cerca ancora di usare la cosiddetta “bomba demografica” in modo unilaterale e strumentale, esclusivamente per far sì che i governi dei cosiddetti Paesi sviluppati pongano il “controllo della popolazione” tra le prime emergenze sia interne che internazionali, spesso senza alcun riguardo alla dignità delle persone. Si pensi ai molteplici attacchi che nei Paesi occidentali sono stati portati alla famiglia, alle difficoltà crescenti, specialmente per i giovani, che scaturiscono dal mettere al mondo i figli; ma si pensi anche alle campagne di sterilizzazione attuate in India da Indira Gandhi nel 1977, a quelle attuate, sempre negli anni Settanta, nella Romania di Ciausescu, oppure alle politiche demografiche dall’attuale governo cinese o al fatto che gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo siano stati spesso subordinati da parte dei Paesi ricchi a drastiche misure di riduzione della popolazione. Tutto sembra aver brigato contro la vita. Oggi però, specialmente in Occidente, vediamo esplodere, se così si può dire, l’altro lato della “bomba”, ossia la denatalità.

Si tratta di un’esplosione che per adesso non sembra produrre troppo rumore; se ce ne preoccupiamo è soprattutto per le conseguenze economiche che essa comporta. Ad esempio: chi pagherà le nostre pensioni? Basteranno i figli dei nostri immigrati? Ma quello economico è soltanto un aspetto del problema. Le conseguenze sul piano politico sono, a mio avviso, ancora più allarmanti. In una società che invecchia prevalgono infatti inevitabilmente le spinte più conservatrici e, alla lunga, il conflitto tra la gran maggioranza della popolazione (gli anziani) e la minoranza sempre più sparuta dei giovani potrebbe diventare esplosivo. In fondo già adesso la salvaguardia delle pensioni viene considerata molto più importante della creazione di nuove opportunità di lavoro; del disinteresse per la famiglia, addirittura penalizzata dalla messa al mondo dei figli, ho già detto qualcosa; si aggiungano le precedenze che le nostre politiche pubbliche accordano a coloro che, come si dice, sono già “dentro”, senza curarsi troppo di chi sta “fuori”, per lo più i giovani, oppure si aggiunga il sostanziale disinteresse per il mondo della scuola (soprattutto per gli utenti), e mi pare che il quadro risulti sufficientemente indicativo dei pericoli che la denatalità potrebbe comportare per la cultura e le istituzioni liberal-democratiche. Per funzionare in modo equo, una democrazia ha bisogno di assetti demografici bilanciati. L’inverno demografico potrebbe diventare anche l’inverno della democrazia. Anche qui vediamo dunque emergere prepotentemente e inaspettatamente il grande valore sociale della famiglia numerosa. A conferma, come si diceva all’inizio, che essa rappresenta uno dei principali “capitali sociali” della nostra civiltà.

3. Rilanciare una cultura della famiglia

Sul piano più strettamente culturale tutto ciò significa che è arrivato il momento di uscire dalla “neutralità etica” che ha caratterizzato la cultura liberaldemocratica di questi ultimi decenni. Come ha mostrato Charles Taylor, abbiamo poco a poco assistito alla trasformazione del principio dell’uguale dignità di tutti gli uomini nel diritto a vedere riconosciuta la propria specificità, ossia la propria “differenza”,6 comunque questa si manifesti, nell’indifferenza crescente rispetto a qualsiasi idea di un “bene” che possa dirsi “comune” e, in quanto tale, da promuovere. In quest’ottica si può spiegare perché le “unioni di fatto” vengano messe sullo stesso piano di una “famiglia” o perché le coppie omosessuali rivendichino il “diritto” al matrimonio, alla casa e ad adottare bambini, al pari di quelle eterosessuali. Ma sebbene tutto ciò allarghi lo spazio di libertà di alcuni individui, non è affatto scontato che promuova per questo una società più liberale; alla lunga ne intacca piuttosto l’ordine normativo e le istituzioni sociali indispensabili alla sua sussistenza. E di questo credo che dovremmo preoccuparci.

Lo stato liberale di diritto, di per sé, non può essere ovviamente “stato etico”; non può pensare di realizzare alcun “bene” contro la volontà dei cittadini; ma non può essere nemmeno eticamente neutrale, quasi che uno stile di vita valga un altro. In questo caso, infatti, magari senza volerlo, esso finirebbe per promuovere forme di vita soltanto “ipotetiche”, “indifferenti”, “contingenti”, come direbbe Luhmann, che, a loro volta, non sono in grado di promuovere quelle virtù di cui parlavo sopra, indispensabili affinché lo stato e la società si mantengano pluralisti, liberali e rispettosi dell’autonomia delle persone.

Ulrich Beck sostiene che la nostra società, “proprio in quanto è individualizzata”, non può più essere guidata da norme spirituali o morali che non siano a loro volta individualistiche.7 E sia. Ma, fermo restando il diritto di ogni individuo a decodificare in proprio, se così posso dire, tutto quanto gli gira intorno in materia di valori morali e spirituali, resta il problema se questa ricerca di una “nuova forma individualistica della morale” può esimere veramente un genitore o la società dall’additare alcuni modelli, alcuni stili di vita, piuttosto che altri. Ovviamente la risposta a questo problema può essere una soltanto: anche volendolo fare, né la famiglia, né la società possono esimersi dal compiere alcune scelte preferenziali. Tanto è vero che, quando dicono di voler essere neutrali, di fatto, esse finiscono con l’additare come modello l’indifferenza. Ma questo non rafforza certo l’ethos di una civiltà liberale e democratica. Basta guardare il disagio crescente tra i giovani e la “normalità” che fa da sfondo alle loro vite. Le storie del cinema, della televisione o della pubblicità, attraverso le quali la nostra società rappresenta se stessa, vanno in effetti verso una sorta di estetica dell’eccezione (e della dissoluzione); le istituzioni politiche tendono ad adeguarsi; quelle socio-educative, tipo la famiglia o la scuola, sembrano sempre più incapaci di “formare” e sempre più orientate a farsi semplici casse di risonanza delle innumerevoli “eccezioni” che ormai ci circondano; prevale insomma un’idea di “normalità” che, essendo indifferente a tutto, vorrebbe (e può) fagocitare tutto. In questo contesto, però, incominciamo anche a intravedere quanto sia difficile, specialmente per i giovani, aver successo in quella “ricerca di sé” che tanto ci è cara. Come in parte ho già accennato, le ricerche empiriche ci dicono che molti giovani sembrano non esistere come “generazione”; non hanno il senso di appartenere a qualcosa o a qualcuno; non sentono di essere stati “generati”, né ritengono di poter generare a loro volta qualcosa di significativo. Si direbbero senza radici e senza futuro.

Mi sembra pertanto di poter concludere con una considerazione piuttosto ovvia: se è vero che la persona umana deve essere il centro e il cuore di ogni società, allora non deve certo scandalizzare che, per i motivi più diversi, alcune persone decidano di convivere, senza alcun vincolo civile o religioso; né deve scandalizzare, purché il riconoscimento non diventi “giuridico”, che anche alle “unioni di fatto” venga in qualche modo riconosciuto il carattere di una formazione sociale della personalità umana. Tutto ciò potrebbe essere benissimo assunto come il segno della liberalità della nostra società e delle nostre istituzioni. Ciò che invece preoccupa è la ritrosia, per non dire l’aperta ostilità, con la quale la nostra cultura guarda alla “famiglia tradizionale”, quasi che si tratti di un’istituzione “illiberale”, ormai irrimediabilmente sorpassata, sempre più orientata, sotto la spinta dell’individualizzazione, ad assumere i caratteri ipotetici e contingenti delle “unioni di fatto”.8 In questo modo si dimentica infatti, in primo luogo, che l’uomo è un animale essenzialmente “familiare” e, in secondo luogo, che soltanto una famiglia in salute consente alla società di riprodurre i presupposti fondamentali della sua liberalità e quindi della sua positiva individualizzazione. Anche per questo occorre rilanciare una cultura della famiglia che sia anche per la famiglia.

Note dell’autore

1 Lévi Strauss, Claude: Razza e storia e altri studi di antropologia. Torino: Einaudi, 1967.

2 Arendt, Hannah: Vita activa. Milano: Bompiani, 1964, p. 263.

3 MacIntyre, Alasdair: Dopo la virtù. Milano: Feltrinelli, 1988, p. 260.

4 Pessoa, Fernando: Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares. Milano: Feltrinelli, 1986, p. 225.

5 Veneziani, Marcello: Di padre in figlio. Elogio della tradizione. Bari: Laterza, 2001, p. 9.

6 Cf. Taylor, Charles: Il disagio della modernità. Bari: Laterza, 1999.

7 Cf. Beck, Ulrich: I rischi della libertà. Bologna: Il Mulino, 2000, p. 84.

8 Belardinelli, Sergio: L’altro Illuminismo. Politica, religione e funzione pubblica della verità. Soveria Mannelli: Rubbettino, 2009.